MONSIGNORE MIO
di Francesco Capalbo
“Abitare la piazza”: che
visionario invito sei venuto a snocciolare l’altra sera, nell’afa immobile di
agosto a San Sosti, caro don Francesco!
Come si fa ad abitare una
piazza? Forse, dobbiamo traslocare i letti all’aperto e far l’amore sotto i
lampioni?
Bel cortocircuito
semantico che sei venuto a innescare, Monsignor Savino.
Ho dovuto scomodare dieci
dizionari della lingua italiana per capire che quando uniamo il verbo abitare (frequentare
continuamente) con il nome piazza, il loro significato si trasforma, la loro
unione deflagra, esplode.
Voi preti con i vocaboli
ci sapete proprio fare.
Nel tuo discorso la piazza
cessa di essere la semplice casella di un indirizzo postale. Con un semplice accostamento
(che riesce bene solo ai saggi) l’hai trasformata in un luogo quasi profetico, da
Antico Testamento.
Eh sì, una piazza la si abita,
e quindi la si possiede, solo sedendovi insieme agli altri ed esercitando il
proprio diritto di cittadinanza attraverso l’incontro e la parola.
Bel guazzabuglio, e per
di più politicamente scorretto, che ci vieni a propinare caro Monsignore mio proprio
qui nel cuore della Magna Grecia ferita, durante l’eclissi della polis e del
dialogo, quando le voci fluiscono solo da stantii e confusi monologhi.
Un casino benedetto, caro
e profetico Monsignor Francesco Savino.
E ora chi ha il coraggio
di abbandonarsi a sonni tranquilli?

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