Post

In primo piano

MONSIGNORE MIO

Immagine
di Francesco Capalbo   “Abitare la piazza”: che visionario invito sei venuto a snocciolare l’altra sera, nell’afa immobile di agosto a San Sosti, caro don Francesco! Come si fa ad abitare una piazza? Forse, dobbiamo traslocare i letti all’aperto e far l’amore sotto i lampioni? Bel cortocircuito semantico che sei venuto a innescare, Monsignor Savino. Ho dovuto scomodare dieci dizionari della lingua italiana per capire che quando uniamo il verbo abitare (frequentare continuamente) con il nome piazza, il loro significato si trasforma, la loro unione deflagra, esplode. Voi preti con i vocaboli ci sapete proprio fare.   Nel tuo discorso la piazza cessa di essere la semplice casella di un indirizzo postale. Con un semplice accostamento (che riesce bene solo ai saggi) l’hai trasformata in un luogo quasi profetico, da Antico Testamento. Eh sì, una piazza la si abita, e quindi la si possiede, solo sedendovi insieme agli altri ed esercitando il proprio diritto di cittadi...

L'inverno del 1920 e il fiume Rose

Immagine
Fiume Rose, anni venti    di Francesco Capalbo   Ogni vita è sacra Ogni nome, come goccia d’ambra, racchiude le altre gocce e con esse l’Universo   L’INVERNO DEL 1920   L’inverno del 1920 fu freddo e affamato. Molti soldati rientrarono dal fronte, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, e la processione dei poveri aumentò. Non c’era cibo che bastasse. La popolazione di San Sosti contava allora il doppio dei suoi odierni abitanti. Un senso di sfiducia si era impossessato dei reduci che reclamavano la distribuzione delle terre promesse. Anche i piccoli proprietari, in quell’inverno, entrarono in sofferenza.   Si era propagata la voce che non avrebbero potuto più usare l’acqua del torrente Rose con cui irrigavano i loro terreni. Alcuni, nelle cantine del Prato, delle Croci e delle Mulineddri, in preda ai fumi del tabacco trinciato e ai deliri del vino di carteddra, si passavano l’un l’altro il lamento dei vinti d’ogni epoca: “Non c’è ni...

In tempi di rimozione collettiva...

Immagine
  di Teresa Florio  Un romanzo di cui, in tempi di rimozione collettiva, avevamo bisogno, per riflettere ed emozionarci, per restituire memoria, voce e dignità a uomini e donne, rimasti ai margini della Storia del nostro Paese. Un’opera capace di fondere ricerca storica ed invenzione narrativa e che attraversa, come un filo rosso, generazioni ed appartenenze geografiche diverse. In 150 pagine, l’autore ci restituisce l’affresco di una comunità del nostro sud, dal nome fittizio, segnata, a fine Ottocento, dal latifondismo e dal potere patriarcale. A Castel di Ruggine, infatti, si consuma una delle tante vicende di sopraffazione ai danni di contadini e braccianti, oppressi dalla povertà e dall’analfabetismo: lo stesso analfabetismo che impedirà, anche negli anni a venire, la conoscenza di queste microstorie (se non in forma orale), rendendo così la memoria dei diseredati avulsa dalla Storia ufficiale. Al centro della narrazione figurano racconti di vessazione sulle donne, su...

La sartina di Bianca Pitzorno e l'asina di Francesco Capalbo

Immagine
  di Gisella Florio  Mai letto " tanta violenza di genere strutturata, endemica, subita con passiva accettazione"... in certi passaggi mi ricorda " Il sogno della macchina da cucire" , il libro più  politico di Bianca Pitzorno , la cui protagonista, sartina "a giornata" di fine Ottocento, impara da sola a leggere, apprende le romanze di Puccini e sogna di possedere una  macchina da cucire per affrancarsi da uno stato di povertà  estrema, di solitudine, di stereotipi che diventano, da consuetudine, legge morale e comportamentale. La sartina, come Caterina, Maria, Giuseppina, protagoniste del libro di Francesco Capalbo, vive in un’Italia che non dà spazio alle donne...ma, la prima acquista dignità con il lavoro, le altre acquistano credibilità con la loro capacità di sopportazione e con la voglia di rimettersi in gioco, denunciando, utilizzando l’astuzia e la sottomissione fittizia per la vendetta finale! Tutte eroine di un lungo viaggio in cui il loro corpo...

LO CHIAMERANNO SPERANZA

Immagine
  di Francesco Capalbo LO CHIAMERANNO SPERANZA     Malvagna, 6 aprile 2026 Quando raggiungiamo Malvagna, nella valle alta dell’Alcantara, il sole infiamma l’Etna rendendola brillante come se indossasse un enorme vestito di seta bianca. Non si vedono giovani. Nella piazza del paese alcune persone su una panchina discutono, nonostante tutto, di futuro. E si appassionano. C’è un fiato di tramontana primaverile che rende frizzante la conca sottostante dalla quale emerge la sagoma di un vulcano spento.   Mi presento. Dico loro che sono alla ricerca del Santo Graal: di quei luoghi che si oppongono all’Occidente xenofobo e mercantile. Avevo visto Malvagna solo di notte: viva e accesa per la festa della patrona: Sant’Anna. A queste latitudini si sono spinti i Nomadi e persino Branduardi. Io c’ero. Sembrava, allora, che Dio non fosse mai morto e che il paese avesse lo stesso vocio di una fiera dell’Est. Avevamo avuto difficoltà — per la folla — a trovare pos...