In tempi di rimozione collettiva...
di Teresa Florio
Un romanzo di cui, in tempi di rimozione collettiva, avevamo bisogno, per riflettere ed emozionarci, per restituire memoria, voce e dignità a uomini e donne, rimasti ai margini della Storia del nostro Paese. Un’opera capace di fondere ricerca storica ed invenzione narrativa e che attraversa, come un filo rosso, generazioni ed appartenenze geografiche diverse. In 150 pagine, l’autore ci restituisce l’affresco di una comunità del nostro sud, dal nome fittizio, segnata, a fine Ottocento, dal latifondismo e dal potere patriarcale.
A Castel di Ruggine,
infatti, si consuma una delle tante vicende di sopraffazione ai danni di
contadini e braccianti, oppressi dalla povertà e dall’analfabetismo: lo stesso
analfabetismo che impedirà, anche negli anni a venire, la conoscenza di queste
microstorie (se non in forma orale), rendendo così la memoria dei diseredati
avulsa dalla Storia ufficiale.
Al centro della
narrazione figurano racconti di vessazione sulle donne, sui loro corpi,
considerati proprietà altrui: corpi umiliati da condizioni di lavoro spesso
disumane ma anche “oggetto” di desiderio ed abusi sessuali ripetuti. Storie di “violenza
di genere”, in un contesto socio- economico in cui l’esercizio del diritto è
appannaggio del maschio, del proprietario terriero, del “galantuomo” di turno (si
pensi ai funzionari dello Stato postunitario) e, paradossalmente, anche di chi
partecipa alla condizione di diseredato. Scoprire le trame dei soprusi subiti
dalle tante Marie, Emilie, Giuseppine, risarcisce, in qualche modo, queste
donne dalla dignità violata, dalle privazioni subite, sopportate stoicamente in
silenzio.
Nel suo libro,
l’autore ci offre una scrittura incalzante e a tratti, lirica. Le espressioni
dialettali utilizzate impreziosiscono, a mio parere, l’impianto narrativo,
conferendo maggiore realismo al lavoro di scavo psicologico dei personaggi.
Il passato che rivive
in queste storie, altrimenti dimenticate, obbliga ognuno di noi a rimanere
schierati dalla parte degli ultimi e ad affrontare le sfide sociali che il
presente, con le sue nuove contraddizioni, ancora ci pone.
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