CICCIO COCARANO
di Teresa Florio
Ci sono foto che, oltre a fissare un volto, evocano un’intera epoca! Quella di mio nonno, incorniciata in legno povero, ritrae un uomo di fine Ottocento dall’aspetto altero con baffi folti e spioventi. Il suo sguardo è fermo, gli occhi profondi di chi è abituato a vedere dove gli altri incontrano solo il buio. Piccoli solchi segnano il volto arso dal sole e battuto dal vento di montagna. Ciccio “Cocarano,” com’era chiamato dai più, a quel tempo faceva un mestiere duro che lo esponeva ad ogni tipo di insidie. Era cocchiere di una diligenza malandata, logorata da anni e anni di servizio su strade dissestate dell’Appennino paolano, conoscendone ogni segreto,ogni sasso! Sapeva governare e domare i cavalli, rispettandone la fatica nel procedere su sentieri ripidi e spesso rocciosi. La corporatura possente ricorda quella di un personaggio mitologico, una specie di Titano dominatore di elementi primordiali o ancora, quella di un impavido traghettatore di anime. Lo immagino condurre la carrozza avvolto in un pesante tabarro di panno con una coppola calata sulla fronte. Seduto in cassetta accanto a lui, un monello dall’aria impertinente balza dal predellino, ad ogni sosta, per dissetare le bestie madide di sudore e fango. Le rifocilla, poi, con orzo e fasci di erba sotto lo sguardo vigile del nonno. Non credo che il buon Cocarano fosse uomo incline alla conversazione. Il suo mestiere non consentiva sorrisi, distrazioni o rassicurazioni di sorta ai passeggeri quando sobbalzavano ad ogni scricchiolio della carrozza o all’ululato lungo ed acuto dei lupi.
Libero le briglie all’immaginazione e do un’occhiata all’abitacolo della carrozza! Odori diversi si mescolano nello spazio angusto: quello forte, di tabacco, usato da un viaggiatore straniero, il sudore acre di una vecchia devota in visita al Santuario di San Francesco, l’umidità del legno, l’odore pungente del cuoio sulle panche. Stipati l’uno di fronte all’altro, siedono anche un mercante di cedri, diretto in Riviera per i suoi affari, un giovane emigrato di ritorno dalle Americhe, un galantuomo di rientro dai suoi feudi. Nella Calabria di fine secolo, le innovazioni in tema di trasporti si affermano a rilento. Non mancano, tuttavia, progetti di collegamento ferroviario tra Cosenza e la costa tirrenica anche se per il varo della locomotiva a cremagliera, (destinata ad attraversare in poche ore l’entroterra montano), si dovrà attendere il 1915. Il nonno custode di un mondo antico, sapeva bene che il Progresso, sotto le spoglie di una macchina di ferro e carbone, ben presto avrebbe rivoluzionato il modo di viaggiare, minacciando cosi il suo lavoro di conducente di carrozze. La tortuosa traversata dell’Appennino paolano, in diligenza, offriva panorami selvaggi ed era di certo più avventurosa. Non so se il rapporto del mio avo con l’aspro paesaggio della Catena Costiera, abbia mai lasciato spazio alla meraviglia. Di certo era un legame ancestrale fatto di silenzi e sottomissione alle leggi della natura, un’intesa segreta con gli eventi stagionali, con la calura che spaccava la terra e sfiancava o la furia dei temporali che cancellava la strada. I pericoli allora non si limitavano solo all’intricata vegetazione della foresta, alle barriere naturali dei boschi di castagno o di leccio. Inoltrarsi nel Valico della Crocetta, significava anche esporsi alla minaccia di burroni improvvisi o di imboscate ad opera di briganti. Mi piace però pensare alla lucentezza dei faggeti in cui lui si addentrava, all’acqua argentina dei torrenti lungo le valli, al profilo merlettato delle vette montane sullo sfondo della diligenza in cammino, al profumo delle ginestre selvatiche che l’accompagnava.
Forse al cospetto di tanta bellezza, qualche volta la sua frusta avrà taciuto, le sue dita callose avranno allentato le redini! Mi accarezza l’idea che quando il viaggio oltre la cresta del monte offriva ristoro e l’odore dell’aria salmastra si librava, i suoi occhi abbiano cercato l’incanto della linea del mare…
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